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LA
TELEANGIECTASIA
EMORRAGICA EREDITARIA
(a cura del Dr. P. Fornasini) |
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| INTRODUZIONE: |
La
Teleangiectasia Emorragica Ereditaria (“H.H.T.” è la sigla
in inglese), è una malattia ereditaria, che colpisce 1-2
individui su 10.000, senza distinzioni di sesso, razza o
etnia, e che interessa principalmente i vasi sanguigni.
Essa viene anche indicata come morbo di Rendu-Osler-Weber,
perché descritta la prima volta nel 1896 dal medico francese
Rendu, che la identificò come malattia ereditaria,
caratterizzata da epistassi e lesioni cutanee di colore
rosso, distinguendola dall’emofilia. Pur essendo già nota in
precedenza, si riteneva che essa potesse dipendere da un
difetto di coagulazione, anziché da un’alterazione dei vasi
sanguigni. Osler e Weber, ai primi del ’900 definirono il
quadro completo delle sue manifestazioni cliniche. A
distanza di quasi 100 anni dalla sua scoperta, la H.H.T. è
purtroppo una malattia ancor oggi non sempre correttamente
diagnosticata, in quanto le sue molteplici manifestazioni
non vengono riconosciute.
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CHE COS’È LA
H.H.T.? |
In ogni
paziente affetto da H.H.T., la maggioranza dei vasi
sanguigni è assolutamente normale, al contrario di una
piccola parte di essi, che presentano una particolare
anomalia.
In generale, la funzione dei vasi sanguigni è di trasportare
il sangue all’interno dell’organismo. Il cuore pompa il
sangue con una certa pressione verso il resto dell’organismo
attraverso le arterie, mentre le vene lo raccolgono dalla
periferia e lo riportano, a bassa pressione, al cuore.
Arterie e vene di norma non sono in comunicazione diretta:
tale connessione è svolta da piccoli vasi, detti
“capillari”.
La H.H.T. provoca un difetto nello sviluppo della rete
sanguigna, per cui il sangue da un’arteria va ad immettersi
direttamente nel circuito venoso, senza che si frappongano
di mezzo i capillari. Per effetto della pressione esercitata
dal sangue arterioso, la parete della vena allora si gonfia
e diviene fragile sino a potersi rompere, dando
un’emorragia. Secondo la struttura dell’anomalia vascolare,
essa è definita “teleangiectasia”, “fistola” o
“malformazione artero-venosa” (MAV).
Le teleangiectasie interessano maggiormente le superfici
interne ed esterne dell’organismo, quindi colpiscono la cute
e le mucose, soprattutto quella che riveste la cavità del
naso, mentre fistole e MAV compaiono di preferenza negli
organi interni.
Complessivamente le sedi più colpite dalle lesioni vascolari
della H.H.T. sono il naso, il cavo orale, il volto, le mani,
la mucosa dello stomaco e dell’intestino, il fegato, i
polmoni e il cervello. Non è noto, peraltro, il motivo di
tale distribuzione preferenziale.
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QUALI SONO LE
MANIFESTAZIONI DELLA MALATTIA? |
Le
teleangiectasie e le MAV possono dare differenti
manifestazioni, a seconda della parte del corpo che ne è
colpita. La conseguenza più frequente è il sanguinamento: le
emorragie si manifestano specialmente a livello del naso,
cute, stomaco e intestino. Le MAV del cervello e del fegato,
sanguinando raramente, sono più difficilmente rivelabili e
richiedono quindi una specifica competenza del medico che
segue il paziente H.H.T.
Va detto in ogni caso che è praticamente impossibile
osservare, in uno stesso malato, il quadro clinico completo
di tutte le lesioni e dei possibili sintomi: una
caratteristica tipica della malattia è, infatti, la sua
estrema variabilità clinica, anche fra membri di una stessa
famiglia.
Talora un genitore malato può presentare epistassi assai
gravi, senza MAV agli organi interni, e il figlio meno
epistassi e presenza di MAV ad uno o più organi. Non vi è
alcun rapporto diretto fra numero di teleangiectasie,
frequenza di epistassi e rischio di sviluppare MAV interne;
in altre parole chi ha poche epistassi ha lo stesso rischio
di MAV polmonari, ad esempio, di chi ha frequenti
sanguinamenti nasali.
Le epistassi da teleangiectasie nasali sono il segno più
frequente della malattia, presente dall’80 al 95% dei malati
in età adulta, comparendo in media dai 12 anni, ma potendo
insorgere anche nell’infanzia. La loro frequenza oscilla da
appena una o due volte l’anno, sino a più volte al giorno, e
la durata varia da pochi secondi talora anche a varie ore.
La quantità di sangue persa, ora è di poche gocce, ora
talmente profusa da richiedere una trasfusione. Nella
maggior parte dei casi la loro gravità si situa in posizione
intermedia fra tali estremi.
Molti soggetti presentano altresì teleangiectasie alla cute
delle mani (soprattutto ai polpastrelli delle dita), a
quella del volto e alle mucose della cavità orale, che però
compaiono più tardivamente, in genere fra i 30 e i 50 anni
di età. Si tratta di piccole lesioni rilevate, assai
fragili, di colore che va dal rosso al violaceo, grandi
quanto una capocchia di spillo o appena un po’ più grandi,
costituite da capillari dilatati e raggomitolati. In alcuni
soggetti le teleangiectasie sono molto evidenti, specie in
età adulta; in altri restano numericamente più rade, e con
l’età esse tendono comunque in genere ad aumentare di
numero.
Il 30% dei malati può sviluppare una o più fistole a livello
dei polmoni, andando incontro alla compromissione di una
delle importanti funzioni che la rete dei capillari
polmonari svolge normalmente. Quando la fistola supera un
determinato diametro, essa impedisce ai capillari polmonari
di trattenere eventuali impurità circolanti, costituite da
piccoli coaguli, colonie batteriche, microscopiche bolle
d’aria, ecc.
In mancanza di tale filtro, tali impurità possono passare
nel sangue arterioso, e dal cuore dirigersi soprattutto
verso il cervello, così provocando un ictus o un ascesso
cerebrale, rispettivamente per colpa di un coagulo o di una
colonia di batteri. Più raro è il possibile sanguinamento di
tali fistole, evento per il quale sembra lievemente più a
rischio la donna in gravidanza. Si tratta di complicanze
sempre drammatiche, potenzialmente letali, o in ogni caso in
grado di causare gravi invalidità. D’altro canto però, le
fistole polmonari possono essere sempre curate in maniera
radicale.
Nel 30% circa dei soggetti affetti, compaiono fistole
all’interno del fegato, possibili cause di scompenso
cardio-circolatorio ed epatico soprattutto quando sono più
voluminose. Il flusso sanguigno anomalo che le attraversa
comporta, infatti, rispettivamente un sovraccarico di lavoro
per il cuore ed un aumento di pressione a danno del sistema
venoso portale, cui è affidato il delicato meccanismo di
“nutrizione” del fegato. Il trattamento delle fistole
epatiche generalmente non è necessario, e viene riservato ai
casi in cui esse sono causa delle complicanze sopra
descritte.
MAV cerebrali, in uno studio sistematico di Plauchu e
colleghi, sono state riscontrate nel 4% dei casi e, pur
potendo andare incontro a sanguinamenti letali o
invalidanti, possono essere anch’esse perloppiù
efficacemente trattate. MAV a livello del midollo spinale
sono più rare e ad ogni modo curabili. Esse possono
sospettate in presenza di intensi dolori che s’irradiano
dalla colonna vertebrale, e talora per disturbi della
sensibilità ad un braccio o una gamba.
Il 10-15% circa dei soggetti con morbo di Rendu-Osler
manifesta infine sanguinamenti all’apparato digerente,
talora lievi, in altri casi anche gravi, dovuti al formarsi
di teleangiectasie alla mucosa dell’esofago, dello stomaco e
dell’intestino, del tutto simili a quelle cutanee. A maggior
rischio di rottura sono le lesioni localizzate allo stomaco
e al primo tratto dell’intestino tenue, ove l’emorragia si
manifesta con la comparsa nelle feci di sangue rosso, o di
feci particolarmente nere, o con sintomi di pallore,
affaticabilità e vertigini, indizio di progressiva anemia.
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LA H.H.T. SI PUÒ
CURARE? |
La risposta
è affermativa: pur non potendole prevenire, le lesioni
vascolari tipiche della malattia si possono curare nella
maggioranza dei casi. È necessario intervenire solo quando
esse sono causa di disturbi significativi (ad es., frequenti
epistassi), o quando si associano ad un alto rischio di
complicanze (ad es., di ictus cerebrale da fistola a livello
polmonare). Le modalità terapeutiche variano in base alla
sede e alla dimensione delle lesioni.
Per limitare le epistassi, ad esempio, a volte sono
sufficienti piccole precauzioni quotidiane, consistenti in
una buona umidificazione dell’ambiente domestico e
nell’impiego a livello nasale di pomate emollienti, tali da
ridurre la fragilità delle teleangectasie.
Quando queste precauzioni non bastano più, il primo
trattamento raccomandato è la fotocoagulazione laser. Il
raggio luminoso viene focalizzato non direttamente sulla
lesione, bensì attorno ai suoi margini, facendola
scomparire. I benefici sono spesso però temporanei, rendendo
necessario ripetere periodicamente il trattamento: va
sottolineata l’importanza di rivolgersi, ogni volta, a
specialisti esperti nell’utilizzo del laser a livello
otorinolaringoiatrico.
La dermoplastica del setto è un’ulteriore opzione
terapeutica, da prendere in considerazione, però, solo
quando il laser ha ripetutamente fallito lo scopo. Con
questa delicata tecnica chirurgica, la sottile mucosa che
riveste la cavità nasale viene eliminata con le sue
teleangiectasie sanguinanti, e definitivamente sostituita
con una più resistente porzione di cute. Ai fini di un
risultato ottimale e duraturo, si richiede al paziente un
particolare impegno nel tempo al fine di mantenere la cavità
nasale sempre umidificata e libera da secrezioni. In rari
casi è possibile anche qui una recidiva, che però non
consente di ripetere l’intervento, e che va quindi trattata
in altro modo.
L’embolizzazione arteriosa è in grado anch’essa di ridurre
le epistassi che non rispondono ad altre terapie, ma
mantiene la sua efficacia solo temporaneamente, perché le
arterie collaterali a quella embolizzata provocano presto o
tardi una recidiva. È quindi una tecnica indicata
soprattutto per fronteggiare casi d’emergenza.
Un trattamento ormonale per via intramuscolare può trovare
efficacia in una quota di pazienti, di sesso femminile, che
non rispondono né alle misure di umidificazione nasale, né
ai trattamenti di fotocoagulazione laser.
La laserterapia dermatologica è risolutiva delle
teleangectasie cutanee che sanguinano in modo rilevante,
oppure che sono più antiestetiche: anche qui è preferibile
rivolgersi ad uno specialista esperto di laser
dermatologici.
Emorragie a livello gastrointestinale vanno trattate in
quanto causa di anemia. Dagli iniziali supplementi orali di
ferro, si passa nei casi più gravi alle emotrasfusioni e ai
trattamenti di cauterizzazione termica o laser per via
endoscopica; parziali benefici provengono anche qui dalla
terapia ormonale.
Le fistole polmonari vanno invece trattate prima di causare
disturbi neurologici o emorragie: per tale motivo esse vanno
cercate in tutti i pazienti anche asintomatici. Il
trattamento avviene in primo luogo mediante un’embolizzazione,
effettuabile anche in day hospital da parte di un radiologo
interventista. Attraverso una piccola incisione praticata
all’inguine s’inserisce in una vena profonda un catetere,
che viene fatto proseguire sino all’arteria che alimenta la
fistola, da occludere con un palloncino o una spirale
lasciati in situ. La seduta dura in tutto una o due ore.
Le MAV che, a livello cerebrale sono sintomatiche, vengono
trattate con modalità diverse secondo la loro dimensione,
struttura e sede. Si possono utilizzare, da sole o
congiunte, una tecnica chirurgica, oppure l’embolizzazione
con catetere, o la radioterapia focale, preferibile
quest’ultima quando la lesione è relativamente superficiale
e di dimensioni ridotte.
Le fistole epatiche meritano un trattamento quando sono
causa di scompenso epatico o cardiaco. Diversamente da
quanto avviene per i polmoni, l’embolizzazione a livello
epatico può dare gravi complicazioni, quindi il trattamento
va deciso caso per caso e va affidato a specialisti con
esperienza di localizzazione epatica della H.H.T.
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ESISTONO
ESAMI DI LABORATORIO SPECIFICI PER LA DIAGNOSI DI H.H.T.? |
Attualmente
no, anche se è probabile che in futuro venga sviluppato un
test genetico basato su di un semplice campione del sangue.
Sino ad allora il medico dovrà porre la diagnosi basandosi
su sintomi, segni e storia familiare del paziente.
Essendo il Morbo di Rendu-Osler così variabile nelle sue
manifestazioni, tanto che a volte i sintomi sono davvero
pochi, porre una diagnosi di certezza può in qualche caso
essere disagevole. I criteri diagnostici della H.H.T. sono
stati fissati da un gruppo di esperti internazionali.
La diagnosi può essere, alternativamente:
DEFINITA (quando sono soddisfatti almeno 3 criteri su 4)
oppure
SOSPETTA (quando vengono soddisfatti solo 2 criteri su 4),
IMPROBABILE (con meno di 2 criteri)
1) Epistassi spontanee e ricorrenti,
2) Teleangiectasie multiple presenti nelle sedi tipiche
della malattia (labbra, cavo orale, naso e polpastrelli
delle dita),
3) Fistole, MAV o altre anomalie vascolari agli organi
interni (stomaco, intestino, fegato, cervello, midollo
spinale o polmoni),
4) Familiarità positiva (un parente di 1° grado con H.H.T.
“definita”).
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QUALI
ALTRI CONTROLLI EFFETTUARE? |
Chi
appartiene ad una famiglia con H.H.T., o chi sospetta di
esserne affetto, deve senz’altro compiere approfonditi
esami. Fra le manifestazioni del Rendu-Osler, quelle
polmonari sono le uniche che meritano di essere indagate
anche in assenza di qualunque sintomo premonitore. Non
escludere la presenza di fistole polmonari, in un paziente
con H.H.T., significa correre un rischio potenziale
inaccettabile.
Le modalità di screening di tali lesioni possono lievemente
differire tra Centri differenti, pur basandosi
fondamentalmente sull’utilizzo dell’ossimetria (per valutare
la percentuale massima di saturazione di ossigeno nel
sangue) e sulla radiografia del torace. Nel caso in cui
queste tecniche evidenzino o facciano sospettare la presenza
di una fistola, si passerà ad ulteriori indagini quali la
TAC spirale e l’angiografia.
Altri tipi di lesioni vanno indagate ed eventualmente
trattate sono quando sono causa di disturbi. È consigliabile
eseguire una visita presso un medico esperto di Rendu-Osler,
che eseguirà dapprima alcune indagini di base, poi
eventualmente altre più approfondite, suggerendo altresì la
più opportuna periodicità di controlli.
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QUAL' È
LA CAUSA DELLA H.H.T.? |
La malattia
è causata da differenti alterazioni (mutazioni) in uno dei
due geni sinora identificati, e localizzati uno sul
cromosoma 9, l’altro sul 12. Il primo di essi è quello che
codifica la sintesi della endoglina, l’altro quello di una
proteina indicata dalla sigla ALK-1. Ogni singolo paziente,
come pure i membri della sua stessa famiglia affetti da
H.H.T., presentano tutti la medesima alterazione in uno solo
dei due geni. L’endoglina e l’ALK-1 sono proteine necessarie
al corretto sviluppo dei vasi sanguigni: l’anomalia in uno
di tali geni comporta un difetto nella produzione della
rispettiva proteina, e quindi altera lo sviluppo dei vasi
sanguigni.
La H.H.T. è una malattia ereditaria con trasmissione di tipo
“autosomico dominante”. Ciò significa che ogni individuo che
ne è affetto possiede, nello specifico gene, un’informazione
genetica corretta (allele normale) ed una errata (allele
mutato). Ad ogni gravidanza, padre o madre affetti da H.H.T.
hanno una probabilità del 50% di trasmettere al figlio la
mutazione, e quindi la malattia, indipendentemente dal sesso
del nascituro.
Nel caso in cui il bambino erediti la mutazione e quindi la
malattia, non è possibile però prevederne il grado di
gravità clinica. In caso contrario, se il figlio eredita
ambedue gli alleli normali, non solo non svilupperà la
malattia, ma essa non verrà più in alcun modo tramandata ai
discendenti.
È pertanto impossibile che la malattia faccia “salti” di
generazioni, in quanto per tale tipo di trasmissione
ereditaria non esistono “portatori sani”, in grado di
trasmetterla senza esserne affetti. Se un soggetto con
H.H.T. non evidenzia alcun genitore malato, ciò può
dipendere dalla particolare benignità del decorso di tale
affezione presso il genitore, tale da non suscitare il
minimo sospetto diagnostico. Alla scoperta di ogni nuovo
caso di H.H.T., ove possibile, è importante studiare
attentamente ambedue i genitori, al fine di confermare
ulteriormente la diagnosi e prevenire possibili complicanze.
A tale proposito, è possibile, anche se molto raro, che un
soggetto con H.H.T. abbia davvero entrambi i genitori sani.
Ciò è dovuto all’inaspettata e casuale mutazione in uno dei
geni in questione, avvenuta nelle primissime fasi del
concepimento del soggetto (“neomutazione”). Per contro,
nella maggior parte dei casi, la mutazione era già presente
negli ascendenti da più generazioni.
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COME
PROCEDE LA RICERCA SULLA H.H.T.? |
Oltre ad approfondire sempre nuove tecniche di prevenzione e
cura delle molteplici manifestazioni cliniche della H.H.T.,
un decisivo contributo può provenire dalla ricerca genetica.
Alla metà degli anni ’90 gli scienziati sono riusciti ad
individuare due geni responsabili della H.H.T.: occorre a
questo punto vedere se possano esservene altri in gioco,
eventualità che non può affatto essere esclusa a priori.
Individuati esattamente i geni, è necessario in primo luogo
approfondire i meccanismi con cui l’anomalia nel DNA
interferisce con il normale sviluppo vascolare. In secondo
luogo occorre cercare il modo con cui poter ovviare alla
mutazione, riparando il gene anomalo, oppure fornendo
direttamente all’organismo la sua proteina deficitaria.
I ricercatori dovranno altresì, in futuro, confermare o meno
quella che sembra una caratteristica della malattia, cioè
una diversa incidenza di complicanze cliniche secondo il
gene interessato dalla mutazione, tanto da far sospettare
l’esistenza di differenti forme cliniche di H.H.T.
L’individuazione della precisa mutazione genetica che
colpisce un paziente con H.H.T. è oggi possibile, ma è stata
sinora effettuata in un numero limitato di casi. Questo
perché l’analisi di tutte le possibili alterazioni a carico
di determinato gene richiede tempi e costi abbastanza
elevati.
Nuove tecnologie, in un futuro non lontano, potranno di
molto semplificare tali indagini genetiche.
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COME
AVERE MAGGIORI INFORMAZIONI O CONSIGLI SULLA H.H.T.? |
L'Associazione " Fondazione Italiana HHT Onilde Carini ” è
nata con lo scopo di informare medici e pazienti e garantire
la prosecuzione della ricerca scientifica. Essa si avvale,
nel nostro Paese, di Consulenti scientifici di provata fama
nel campo della ricerca e cura della H.H.T.
Ulteriori informazioni possono essere richieste scrivendo a:
Associazione " Fondazione Italiana HHT "
C/o Studio Associato Cremonesi
Via S. Giovanni 38
29100 PIACENZA
oppure consultando il presente sito internet.
In occasione della riunione annuale dei suoi iscritti,
l'Associazione fa il punto sulla ricerca medica svolta
soprattutto in campo nazionale.
A livello internazionale si tiene ogni 18 mesi circa una
Conferenza mondiale, sostenuta dalla Fondazione
Internazionale HHT, che raduna tutti gli studiosi che nel
mondo si occupano di H.H.T., e alla quale sono invitati sia
medici, sia pazienti.
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